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La loro musica è come il nome che portano… contraddittoria, sfaccettata, policroma.
L’antico, quello che siamo oggi perché qualcosa siamo già stati ieri, affiora come quando l’aria imbianca e increspa l’acqua di piccole e grandi bolle.
E’ un continuo ricercare nel fondo di qualcosa. Come scendere negli abissi marini più profondi per ritornare velocemente fino a quell’esplodente confine tra acqua ed aria e via… verso l’opposto dello spazio infinito verso altri confini. Ma i “mille universi” cui si richiamano gli Acquasanta sono anche quelli dei nostri più intimi abissi e dei nostri più infiniti spazi interiori.
Il micro e il macrocosmo dentro a un viaggio musicale che sta tutto nello spazio che vogliamo dare alla vita per chiudere gli occhi e… sognare.
Per loro che sono siciliani e che hanno registrato questo disco davanti alle saline di Marsala, c’è molto di più che una connotazione semplicemente di genere o l’impronta della reminiscente provenienza.
C’è sete di mettere insieme: orizzonti nuovi e già respirati; i suoni dei pomeriggi assolati nei giochi di instancabili bambini; il vento che gonfia le vele verso Gibilterra sulla scia di Ulisse; i volti segnati da rughe infinite tra i veli scuri di improbabili vedove; il mai dimenticato nord come un impegno intriso nel sangue… e la modernità, l’attualità, l’essere di questo tempo e del tempo di domani, pur sempre isolani che toccano il continente con la mano, prima ancora che con lo sguardo.
L’emozione vibra diversa per i diversi momenti… anche quando la musica si accentua ripetitiva come fosse minimale e poi si riallunga e si distacca, si reinventa su un altro tema… e poi giù, ancora, a ribattere nervosa fino a scoprirsi più poetica e antica grazie ad un violino… o a un filo lungo sopra una nota di fisarmonica. |
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